l'America negli occhi 2

Per lavoro visita musei. Che è già figo da dire. Che fai di lavoro? Visito musei. E uno pensa che ci si diverta un mondo e che magari ce ne fossero di lavori così. È vero.

La divagatrice adora e divora il suo lavoro e, come sempre le accade quando una cosa la far star bene, non ne scrive. Perché la scrittura, l’abbiam già detto, è un atto terapeutico e quando si sta bene non se ne sente il bisogno.
E quindi quando hai aperto il blog non stavi bene? No.
E anche adesso che scrivi qui non stai bene? No, infatti.

Ok, fatto il punto sulla psiche relativamente semplice della divagatrice, veniamo al lavoro, perché anche se la fa star bene, qualche post se lo merita.

Per esempio, la settimana scorsa è andata in America e le piace dirlo così perché arriva dalla campagna.
Aveva un compito ben preciso: andar là e fare il culo agli americani, dove per fare il culo si intende mostrargli che se vogliamo sappiamo essere fighi anche noi.

Sull’aereo ha fatto training autogeno guardando film di Ben Stiller, appena arrivati in albergo ha mangiato sushi, si è svegliata alle cinque ed è uscita a prendersi un caffè da bere per strada leggendo il New York Times, ha fatto colazione con uova e bacon (che non le piacciono) perché le piace invece immedesimarsi, mentre il boss che mangiava yogurt e mirtilli si faceva aggiornare su tutte le questioni che avrebbero dovuto affrontare.

Sono usciti dall’albergo e mentre andavano là si sentiva un leone. Roar!

Poi è arrivata e ha visto lui, il museo di storia naturale per eccellenza, quello dei film e di Sex&The City, quello che fa cinque milioni di visitatori all’anno, quello con le code fuori e i dinosauri nella hall. Le gambe hanno iniziato a tremare. Le hanno appiccicato un adesivo sulla camicia col suo nome, l’hanno fatta accomodare nella sala riunioni, per terra un tappeto di quelli da americani con le stelle e le aquile, mobili antichi di legno, un tavolinetto con roba da bere e da mangiare e, mentre era lì che buttava giù un caffé nero per cercare di digerire il bacon, capiva che è la scelta dello yogurt con i mirtilli a far di un uomo un boss.

Le hanno dato un foglio con su scritto “Program of the Day” dove c’era il suo nome di fianco a quello del boss su una colonna e una quindicina di nomi sull’altra. E a ogni ora c’era indicato il suo nome da una parte e altri due o tre dall’altra.
Ha capito che le cose si complicavano. “Ma non era una roba informale?”. Il boss ha riso. Maledetto bacon.

Poi, alla fine, il culo sembra che glielo abbiamo fatto. E nei due giorni passati lì dentro, ho discusso, preso complimenti, mi sono incazzata, ho capito che quella non è la mia lingua e già faccio fatica a essere brillante nella mia, figurati in un’altra. Ho pranzato con gente che alla mattina avevo letto sul New York Times, ho visto il dietro, il davanti e il di fianco alle quinte di un coso che qui da noi non esiste e che ha gente assunta stabilmente per costruire angurie quadrate o teschi di zucchero, ho chiacchierato, carpito pettegolezzi, ascoltato lamentele per la mancanza di fondi, capito che gli scazzi interni ce li hanno pure loro, conosciuto i loro limiti e li ho ridimensionati.

Il resto è storia di quell’America “sognata, vista in diecimila film”, di una città che è bellissima con qualsiasi luce e in qualsiasi angolo, con la gente che va sullo skateboard o che mangia un panino in un parco tra il set di un film e quello che lo diventerà il giorno dopo, con gli autobus che servono solo a portare i cartelloni pubblicitari e i tanti, tantissimi, taxi gialli guidati dagli indiani, ma non quelli dei cowboy. Con i palazzi storici con le cisterne d’acqua sul tetto e le scale di ferro battuto sulla facciata e i grattacieli di vetro e acciaio, che stanno assieme in un modo che quando proviamo a farlo qui da noi vengono delle accozzaglie inguardabili, mentre lì è tutto in un equilibrio che ti chiedi come diavolo abbiano fatto a farli sembrare tutti così dannatamente leggeri. E forse alla fine è quello che ti rimane dentro.

Niente. È stato un bel giro, ho fatto delle foto. Ve le faccio poi vedere.

2 thoughts on “l'America negli occhi

  1. Reply juhan lug 14, 2012 10:19

    Pochi post ma memorabili! Questo poi potrebbe diventare un best-seller di quelli mallopposi, à la Giorgio Faletti, ma scritto come si deve; per dire io lo comprerei subito: quando esce?

  2. Reply il dentista di provincia lug 21, 2012 19:08

    Ben trovata, Bea!
    Avevo perso i divagatori, oggi li ho ritrovati e subito mi hai fatto volare fino alla grande mela, per cui si ha sempre nostalgia.
    Grazie.

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