La costruzione di un Festival. I giganti e gli emergenti

 

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La divagatrice vive a San Salvario che è il quartiere multietnico di Torino. O almeno, un tempo era il quartiere multietnico di Torino, adesso è stato riqualificato ed è diventato il quartiere tamarro con una densità di locali per metro quadro superiore a quella di Panarea. Però ci sono palazzi bellissimi, negozi che sono l’essenza della torinesità, il Valentino a due passi e la divagatrice, anche se sta cercando una casa nuova (a proposito, fate girare la voce), non riesce a guardare oltre corso Vittorio da una parte e corso Dante dall’altra. Comunque, il passato multiculturale non è poi così passato e in questo bel quartiere ci sono i migliori ristoranti etnici della città. Alcuni molto di moda come il kebabbaro egiziano Horas che ormai apre succursali e non mi stupirebbe se un giorno diventasse il sindaco di Torino e altri molto meno frequentati, dall’aria un po’ sfigata, ma, proprio per questo, molto in linea con la città dell’understatement (o che non se la tira, vedete voi).

La divagatrice ha quindi iniziato anni fa una campagna personale di sovvenzionamento dei kebabbari minori, nel senso di poco conosciuti, perché la concorrenza fa bene e l’appiattimento non piace a nessuno, né agli ecologi, né alle divagatrici.

Questo approccio se lo porta dietro un po’ ovunque. Sceglie per i suoi viaggi mete non propriamente di tendenza, compra libri gialli che il prof. Cuorcontento definisce “ottimisti”, eccetera, eccetera. Non stupisce, quindi che se ne possano ritrovare tracce anche al Festival.

Dovete sapere che con la scorsa edizione è partito il filone “Sulle spalle dei giganti” dove “grandi scienziati di oggi raccontano grandi studiosi del passato”. In un’edizione ci siamo giocati Darwin, Leonardo, Turing, Keplero, Galileo, Euclide e altri.
Mentre facevo la conta dei giganti rimasti mi son detta: ma perché non dare dignità ai giganti minori? Quelli che nessuno si fila? Perché si, certo, va bene Darwin, ma senza sua moglie Emma lui non faceva mica niente. Va bene sempre Darwin, ma senza uno come Lamarck che arrivava prima di lui, di nuovo, gli sarebbero mancati dei pezzi. E perché uno come Boyle dobbiamo ricordarcelo solo per quella legge del P per V uguale a NRT, quando, di fatto, senza di lui non avremmo scoperto gli atomi. E Dalton? E Avogadro che uno se lo ricorda solo per il numero o per l’Istituto Tecnico, ma checcavolo, è importante.
E Claude Bernard? Lo sapete che senza Claude Bernard oggi non avremmo la medicina evidence based? Pensate a un mondo dove regnano i Vannoni. (Ok, non è così difficile immaginarlo, mi rendo conto…)
Quindi un bel po’ di bella gente di oggi verrà a raccontarci le vite di questi giganti un po’ trascurati. Chiara Ceci che sa tutto di quel che succedeva a casa Darwin verrà a parlarci di Emma assieme al trisnipote dei Darwin, Randal Keynes. Il Bressanini, che quando non vesti i panni del guru della scienza in cucina fa il chimico vero, teorico, di quelli che “ah, la bellezza delle equazioni per descrivere il mondo”, ci racconterà la storia della scoperta dell’atomo. Pietro Corsi di Oxford verrà a dirci che abbiamo capito proprio niente di Lamarck. E via così.

Però, ok, celebriamo il passato, ma il futuro che poi è il presente? In Italia si fa della bella scienza e ci sono persone che la sanno anche raccontare bene. Magari non sono ai livelli di notorietà di Odifreddi, ma, diamine, pure lui sarà partito sconosciuto, no?
E qui viene fuori il lato della coscienza sociale di matrice olivettiana che la divagatrice non riesce a levarsi di dosso. Quando hai il potere di far qualcosa, nello specifico creare cultura, se non lo fai sei colpevole (o coglione, a seconda del grado di consapevolezza). Olivetti non lo diceva proprio così, ma il succo era questo.

Quindi, tra un gigante e l’altro, sparsi qua e là nel festival troverete degli esempi di bella scienza o di bella comunicazione della scienza che la divagatrice è andata un po’ a cercarsi in giro. Per esempio, NipsLab, che non è propriamente un emergente, studia il modo per alimentare i computer sempre più piccoli (“parlate tanto di smart city, ma finché non c’è modo di alimentarli quei sensori c’è poco da esser smart” ha detto il Nips un giorno alla divagatrice), oppure Renato Bruni di Meristemi che sta facendo un lavoro sull’immaginario scientifico e ha messo su una specie di storia illustrata della botanica, dai dipinti ad acquerello fino alle immagini al microscopio a scansione, e poi gel a base di staminali per riparare i tessuti danneggiati dall’assunzione di farmaci, meccanismi cerebrali della percezione del bello. E tanti altri. Ma tanti davvero.

E se guardate il programma e vedete un nome che non vi dice niente ricordatevi di quella cosa della biodiversità e dell’appiattimento e poi scegliete.

 Quiqui e qui le puntate precedenti. Ma continua, forse…

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