I concorsi pubblici e il paradosso della neurogenesi 2

La divagatrice e la Neuroscienziata ogni tanto, diciamo molto spesso, escono a prendersi una birra. Niente di che, una birretta prima di cena o al posto della cena, una specie di analisi dei poveri che si intensifica (come l’analisi, credo) nei momenti critici. Stasera ce ne volevano almeno due perché domani la Neuroscienziata farà l’ultimo concorso dei tre in tre settimane per un posto da ricercatore nell’università italiana. Il concorso di domani non lo vincerà, così come non ha vinto i due passati.

Vedete, entrambe ci siamo laureate, abbiamo fatto il dottorato (e lei poi ha continuato a lavorare) nello stesso posto. Un laboratorio nel quale si studia sostanzialmente la neurogenesi, cioè la nascita e lo sviluppo di neuroni.

Siamo arrivate lì per la tesi, in un momento in cui il nostro laboratorio era in fase embrionale. Era tutto da costruire con le tecniche da mettere a punto e i macchinari da imparare a usare. Nel giro di pochissimo tempo il laboratorio si è trovato ad essere affollato, una crescita esponenziale davvero degna di quelle embrionali. Eravamo tantissimi, passavamo giornate e nottate là dentro a fare, costruire, aggiustare, inventare cose nuove e scontrarci invece con i limiti o, per dirla da biologa, le contingenze.

Negli embrioni però la crescita è sì esponenziale, ma non avviene a caso. Quando c’è crescita incontrollata quel che ne esce si chiama tumore. Quando invece la crescita è in qualche modo guidata quel che ne esce si chiama bambino (cucciolo, va’) e capirete che c’è una bella differenza. Negli embrioni chi guida questa cosa sono, tra gli altri, i geni omeotici che stan lì e regolano l’attivazione dei vari geni che portano poi alla formazione di arti, organi, ecc. Il compito dei geni omeotici è quello di accendersi al momento giusto, non prima, non dopo e far partire il cantiere. Insomma, quel che devono fare i capi. Ecco, da noi mancavano un po’ i corrispondenti umani dei geni omeotici e quindi c’era un gran caos.

In qualche modo siam cresciute noi, siamo entrate in dottorato ed eravamo, anche lì, un bel gruppetto coeso con uno stuolo di tesisti che ci seguiva. Qualcuno si fermava per una borsa, altri se ne andavano dopo la laurea. La Neuroscienziata è andata negli Stati Uniti ed è tornata due anni dopo con una valigia piena di pubblicazioni, tecniche e fighezze che l’hanno fatta diventare la migliore. Che poi non è diverso da quel che capita anche nel cervello (e in generale negli organi) degli adulti. C’è una nicchia di cellule staminali che fa da serbatoio per il rimpiazzo delle cellule morte. Nella zona che studiavamo noi, il bulbo olfattivo, questo processo è evidentissimo. I neuroni del bulbo muoiono abbastanza velocemente e le staminali che se ne stanno in una zona molto sottile attorno ai ventricoli, man mano si dividono in due, lasciando una cellula lì nel serbatoio e liberandone un’altra che parte e va verso la zona da rimpiazzare. Che è un sistema furbo. Non avviene dappertutto e, nel cervello, le aree che hanno questa nicchia neurogenica son poche, i bulbi olfattivi, l’ippocampo e poco altro ed evidentemente va bene che le altre aree invece pian piano perdano componenti e facciano rincitrullire anche i premi Nobel.

Insomma, nel nostro laboratorio sulla neurogenesi del bulbo olfattivo sembrava che ci comportassimo coerentemente con l’argomento che studiavamo: alcuni elementi si fermavano, si specializzavano e maturavano, altri morivano e venivano rimpiazzati da elementi nuovi da formare.

Poi però il problema della mancanza degli equivalenti umani dei geni omeotici è tornato a farsi sentire perché gli elementi maturi hanno iniziato ad andarsene. L’ambiente non era più in grado di ospitarli, i soldi erano pochi e nessuno era in grado di trovarli o di pensare di trovarli. E quindi il gruppo ha iniziato a sfilacciarsI: chi ha cambiato città e gli è andata molto bene, chi ha cambiato città e gli è girata meno bene e chi invece, come la divagatrice, ha sostituito quella passione con un’altra o, per dirla di nuovo da biologa, ha preso un altro commitment. Ma tutto questo senza ricambio dal basso e senza una visione del futuro. Quello che poteva diventare un sistema maturo in grado di autosostenersi ha iniziato a degenerare, come capita nelle malattie neurodegenerative, dove hai un grosso potenziale rigenerativo lì a pochi passi, ma per qualche motivo non riesci a sfruttarlo. E il laboratorio che studiava la neurogenesi è degenerato anche (non solo ovviamente) per l’incapacità di dirigere degli equivalenti umani dei geni omeotici.

Questa storia iniziata male però finirà domani.

La Neuroscienziata farà l’ultimo concorso dei tre in tre settimane per un posto da ricercatore nell’università italiana. Il concorso non lo vincerà, così come non ha vinto i due passati e questo si sapeva dall’inizio, con la differenza che il concorso di domani è lì nel laboratorio della neurogenesi. Ci rimarrà male e penserà di aver fatto qualche errore o di non essere abbastanza forte e le passerà la voglia di fare questo mestiere.

Ecco, Neuro, no. Non c’è partita. È una rappresentazione teatrale e a te han dato la parte dell’antagonista figo che però perde. Vestiti bene, truccati, svuotagli davanti la tua valigia di articoli e fighezze, fai un bell’assolo di quelli che tiran giù il teatro e preparati un’uscita di scena col botto.

Tanto poi ci beviamo su.

2 thoughts on “I concorsi pubblici e il paradosso della neurogenesi

  1. Reply Cos nov 3, 2011 12:18

    La Neuro e’ la piu’ figa di tutti!
    Aspettatemi per la birraaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!
    ;)

  2. Reply Al.dottb nov 3, 2011 12:37

    Poca differenza tra chi, ricercatore di questa rispettosa università italiana, di concorsi ne ha fatti 4 in un anno. Non uno ma quattro per diventare associato, solo un peletto di più che ricercatore.
    Quattro concorsi in giro per l’Italia, quattro incontri diversi con lo stesso “sistema”.
    Quattro concorsi che non solo, questo ricercatore, non ha vinto ma che gli hanno regalato tante belle pacche sulle spalle e tanti tanti compimenti da chi, valutandolo, non ha potuto far altro che, appunto, “paccare”.
    Frasi come “ma come mai vi hanno mandato a questo concorso voi che siete così.. promettenti?” ancora riecheggiano nella testa, che a distanza di mesi ormai sembrano solo sfocati ricordi di un brutto sogno. ..però…
    Suona curioso quel “vi hanno mandato”. Ma non sono concorsi pubblici?
    Già, tanto pubblici che quando il mio direttore mi disse “non presentare domanda qui, nel dipartimento dove lavori, non riuscirei sostenere …anche te.” Non so voi ma da bel deficiente, io, gli ho creduto. E aveva ragione, non sarebbe stato stato in grado di sostenermi, ne a casa, nè tanto meno fuori casa.
    Però rientrato a casa con un carico da 7 di depressione ho trovato loro, i miei colleghi ordinari (ho scritto colleghi… che impudente volevo scrivere i miei geni omeotici, i geni maturi), che con parole sagge mi hanno sapuro rincuorare. Quando nel pieno della mia arrabbiatura dissi “è il sistema che non funziona !!” loro risposero “non te la prendere, è perchè non sei ancora pronto, ma hai fatto il tuo dovere …ora sanno a cosa hanno dovuto rinunciare.”
    … pausa di riflessione….
    L’ho scritto, e di nuovo questa frase non mi ha fatto sorridere. Hanno ragione non sono pronto. Nel mio processo di sviluppo è probabile che i miei geni non si siano attivati a dovere, non posso evolvere, verrei rigettato da sistema, come non-self. In questo orgnismo, è evidente, sono altre le cellule che servono per assolvere alle funzioni vitali…

    Di certo sbaglio ma sembra che la metastasi a crescita lenta sia già lì. Un tumore differenziato, la cui crescita non è del tutto fuori controllo. Un tumore che logora piano l’organismo, mimandone egregiamente le funzioni di base, un tumore che succhia l’energia delle altre cellule, che difficilmente saranno pronte per fare il salto evolutivo, a meno della eradicazione di quella massa che di loro si nutre. Che visione pessimista… vergogna!

    A proposito… non sono nemmeno stato capace di berci su, io.

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