ESOF: un bilancio

È finita. Due anni di lavoro evaporati in pochi giorni, come quando butti l’azoto liquido per terra. Tanto fumo e poca sostanza. L’impressione nostra è che ESOF sia un carrozzone privo di identità, che atterra come le astronavi di Mars Attacks e che si preoccupa poco di coinvolgere il territorio.

Così come a Barcellona, anche qui a Torino non si è capito se ESOF sia un congresso scientifico o un convegno sulla comunicazione della scienza o un Festival di divulgazione scientifica. E la formula dell’essere tutte e tre le cose non può funzionare perché poi il risultato è quello di avere relazioni scientifiche da livello GiovedìScienza, che van bene per un pubblico generico e non pagante, ma deludono gli addetti ai lavori che hanno pagato centinaia di euro; tranne qualche rara iniziativa (proposta però dall’esterno da alcuni “giovani” comunicatori) l’approccio comunicativo era abbastanza vecchiotto e, come dice chiaramente Nico Pitrelli nel suo blog, era più una celebrazione della scienza, che non una analisi (come forse avrebbe dovuto e potuto essere); per quel che riguarda la parte di outreach, che è quella che abbiamo vissuto più da vicino, il risultato finale era inferiore alle attese. Molte proposte hanno dato buca per mancanza di fondi, si è andati tutti al risparmio con risultati spesso deludenti.

Per darvi un’idea concreta, la mostra del CICAP che abbiamo allestito con un budget di qualche centinaio di euro era una delle proposte che si presentavano meglio in piazza. La maggior parte degli stand era vuoto, con allestimenti ridotti all’osso, qualche giochetto da scienza in piazza e poco più. Certo, c’erano cose grosse tipo la mostra Bioteche o Accendi il cervello o gli Esploratori dell’Universo, ma si parla di grossi enti che hanno investito centinaia di migliaia di euro. Le piccole realtà che fanno comunicazione della scienza usando linguaggi nuovi e sperimentando non hanno avuto spazio ed è un grosso peccato.

Sappiamo tutti che organizzare un evento del genere non è semplice e che quindi criticare e basta non serve a molto, ma dopo l’esperienza di Barcellona e le numerose chiaccherate fatte speravamo che i problemi riscontrati là venissero in qualche modo risolti qui.

Ad esempio, coinvolgere le realtà locali, anche quelle piccole, nell’organizzazione pratica dell’evento e nella stesura del programma scientifico avrebbe probabilmente migliorato la qualità media della manifestazione. Chiedere ai genovesi del Festival della Scienza di occuparsi della gestione della parte di outreach avrebbe evitato molti problemi abbastanza banali ma che hanno bloccato alcuni gruppi (per dire, noi a un giorno dall’inizio dell’evento ci siamo trovati senza una delle due pareti dello stand). Chiedere a chi fa ricerca nel campo della comunicazione della scienza avrebbe evitato un approccio celebrativo che oltre a essere vecchio è anche sbagliato. Fornire gli animatori gratis, come alla maggior parte dei festival scientifici, avrebbe permesso di investire d più sugli allestimenti, oltre che di crearsi un “parco animatori” formati da sfruttare per le iniziative future. Dare qualche soldo ai singoli progetti avrebbe permesso di averne di più e meno risicati.

Quello dei soldi è, come spesso accade, uno dei problemi principali. Se la manifestazione (ESOF) non finanzia i singoli progetti e se il principale sponsor di questo genere di progetti (la Compagnia di San Paolo) decide di finanziare solo l’organizzazione e non le singole attività, chi non ha a disposizione somme di denaro da dedicare alla comunicazione si trova tagliato fuori. Ci si è trovati in una situazione di intasamento generale con la fila fuori dagli altri sponsor per chiedere due soldi che in genere non sono sono stati dati se non in misura davvero risibile. E alla fine, facendo due conti, se avessero dato 2 mila euro a ogni attività se la sarebbero cavata con 40-50 mila euro che probabilmente è quello che è stato speso per il party della stampa alla Mole Antonelliana (o  magari no, ma è una cifra ridicola nel conto complessivo della manifestazione).

Anche qui, bisogna decidere per il futuro se prediligere la parte scientifica e allora concentrarsi bene e seriamente sul programma o se invece dar spazio all’outreach e, però, finanziare i progetti. Pretendere di avere mostre o laboratori di qualità senza investirci denaro può essere una scelta furba se funziona, ma l’esperienza di due edizioni dice che non funziona.

Detto questo è stata un’esperienza bella e memorabile, ma per i rapporti umani, le chiaccherate, le nuove conoscenze, i momenti di crisi nera e quelli di festa sfrenata.

La domanda che adesso ci facciamo è: che cosa rimarrà? Riusciremo a concretizzare l’eredità di ESOF così come è stato per le olimpiadi? È davvero solo fumo?

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