dunque, dove eravamo rimasti 1

Eccoci qui, di nuovo a Torino dopo una breve, ma intensa e calda, vacanza spagnola.

Mentre eravamo via hanno trovato l’acqua su Marte, il PD ha dato una dimostrazione esemplare del concetto di media(zione) e i paleontologi hanno scoperto di aver preso fischi per fiaschi o batteri per tirannosauri, forse. E adesso è ora di (ri)cominciare a occuparsi del blog. Sì, ma come?

A Barcellona, con Elisabetta, si parlava di blog e scienza. Lei è un’esperta e ci diceva di come il fatto che gli scienziati, soprattutto americani, si siano messi a bloggare come ricci abbia cambiato il ruolo degli scienziati stessi, ma anche quello dei comunicatori. Se lo scienziato comunica senza intermediari, il comunicatore cosa deve fare? Si deve limitare a commentare e criticare o si può lavorare assieme? E tutta questa visibilità, che impatto ha sulla carriera degli scienziati, sulla ricerca di fondi, sugli inviti a parlare nei congressi, eccetera? E che impatto ha sulla percezione pubblica della scienza il mettersi a nudo degli scienziati (con  esagerazioni del tipo di quelli che arrivano a postare le dirette di vasectomie o mammografie)?

Tante domande nella notte catalana…

E tornati troviamo questo post di Massimiano Bucchi che dà qualche risposta e si conclude con una riflessione sugli effetti di 25 anni di comunicazione scientifica sistematica e mirata all’aumento delle conoscenze scientifiche della popolazione (il Public Understanding of Science, PUS per gli amici). Il PUS ha fallito nel suo intento e infatti adesso si parla di dialogo e partecipazione più che di informazione. Ma qualche risultato il buon vecchio PUS ce l’ha anche avuto:

Una lettura ottimista sostiene che in realtà il vero impatto del public understanding of science vada visto proprio sui ricercatori. Comunicare con il pubblico, spiegare le proprie ragioni e ascoltare quelle dei cittadini potrà non bastare a piegarne gli orientamenti, ma servirà comunque a coltivare un rapporto basato su trasparenza e fiducia reciproca. Una lettura forse più pessimista enfatizza invece la crescente incorporazione di logiche tipiche della visibilità mediale da parte di ricercatori e istituzioni di ricerca.

Per finire con:

L’ipotesi da non scartare, insomma, è che anni di sforzi comunicativi orientati abbiano reso la scienza sensibile alle ragioni dei media e alle pressioni sociali in senso lato, più di quanto abbiano reso media e cittadini più sensibili alle ragioni della scienza.

Che non sarà il massimo ma è meglio di niente…

E quindi, tornando alle domande catalane, che fare? Non vogliamo limitarci a dare le notizie, non siamo in grado di dare opinioni autorevoli, né di fare opinione. Non siamo nemmeno sicuri che il blog sia lo strumento migliore, tant’è che si discute tanto in gruppo e poi a scrivere è sempre una sola, l’unica che crede nel mezzo. Creare una rete nella rete è forse la risposta? Con Vittorio si parlava proprio di questo più di un anno fa quando Agora stava per nascere e c’era la speranza che diventasse una piazza per discutere di scienza nei suoi vari aspetti, un ScienceBlogs subalpino dove scienziati e comunicatori si incontrassero per parlare di quel che succede in città e nel mondo con un’idea anche qui di partecipazione.

Che ne dite?

One comment on “dunque, dove eravamo rimasti

  1. Reply scienza2punto0 ago 4, 2008 23:17

    D’accordo. Sperando (io) di esserne all’altezza.

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