Divagazioni circumpolari

Qui al nord non contano le città, ma lo spazio tra loro. Me lo diceva ieri sera una delle mie compagne di viaggio. Ada è una fotogiornalista che viaggia da una vita da nord o a sud a caccia di estremi. Dai pomeriggi passati a fotografare i pinguini in Antartide alle lunghe notti boreali aspettando le aurore. Va bene tutto purché sia estremo, perché qui agli estremi devi cambiare il tuo modo di pensare e allora si che stacchi e viaggi, anche con la mente. Poi ci sono belle città o nelle città trovi belle cose, ma te le devi sempre un po’ cercare e non è quello che ti rimane. Per dire, io mi ricordo benissimo di Istanbul o di Londra o di New York, ma del viaggio in Norvegia e Fnlandia che avevo fatto anni fa mi ricordo solo gli spostamenti in trenino, in battello, in autobus. Norvegia, per me, è la spiaggia di Ramberg o la biciclettata alle Lofoten, non Oslo o Bergen o Trondheim. Così come della Patagonia ricordo il senso di straniamento una volta atterrati a Rio Gallegos o il viaggio di 36 ore in autobus lungo la cordigliera andina, ma di Buenos Aires ho solo qualche vago flash.
E questa cosa, però, dell’importanza degli spazi in mezzo, bisogna saperla, perché vedi tutto sotto un’altra luce e impari anche a non prenderti male se una città ti delude.
Oslo, per esempio, è una città strana, riservata, un po’ scontrosa e apparentemente poco accogliente. Ci ho visto il nuovo museo di arte contemporanea fatto da Renzo Piano dove c’era una discutibile mostra di Damien Hirst. Quarti di bue aperti in due e provocazione che sembra sempre un po’ fine a se stessa. Ma, appunto, come dice Ada, non conta perché basta alzare lo sguardo e guardare un po’ più in là.
Questo qui sopra il circolo polare articol e adesso si va ancora a nord a caccia di altri spazi tra le città e, nell’anno della bellezza al Festival della Scienza, io sono venuta quassù (poi vi raccontò anche come e con chi) a cercarla e provare a portarne un po’ indietro con me.

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