Comunicazione Slow

pappazzum

Certo che quelli di SlowFood ci sanno fare. Sabato sera uno di noi, l’Alberto (di fianco in giacca rosa…), suonerà con le sue bande a Pollenzo Mon Amour, la festa estiva dell’Agenzia di Pollenzo, che si tiene nel cortile della cascina che ospita l’Università di Scienze Gastronomiche.
Quando era nata, l’associazione di Carlin Petrini, sembrava il ritrovo snob di buongustai un po’ retrò seguaci del mais ottofile e della vacca burlina. Non sembrava potesse diventare roba per giovani: tutto troppo caro e poco “appealing”.

Negli anni la comunità Slow è cresciuta e con lei sono cresciuti gli interessi, culturali, politici ed economici. Alle campagne (per la biodiversità, contro gli OGM, ecc), a volte anche discutibili, si sono affiancate le iniziative di educazione al gusto con corsi e percorsi nelle culture contadine, per arrivare ai convegni mondiali e ai “centri commerciali”. Petrini è stato inserito nell’elenco delle 50 persone che, secondo il Guardian, potrebbero salvare il pianeta e la sua recente candidatura per la cattedra di Sociologia a Scienze ha fatto nascere molte discussioni (e litigate) in ateneo.

Ma da qualche tempo Slowfood sta puntando (riuscendoci abbastanza) a conquistare quei giovani che prima snobbavano l’associazione snob. E quindi giù di social networking, myspace a gogò, feste etiliche a basso costo e bande musicali che vanno per la maggiore in città (e non solo). Per fare un esempio, qualche mese fa, sempre grazie all’Alberto, siamo finiti alla festa dell’Università del gusto, persi tra le colline di Dogliani a riscoprire le tradizioni contadine… peccato che i più contadini lì in mezzo fossimo noi, tra studenti australiani con i rasta che assaporavano formaggi di capra e cantori con tanto di libretto diretti dall’uomo che potrebbe salvare il pianeta a cantare Vola colomba e Cielito lindo.
E sabato si potrebbe ripetere.

E nell’ottica delle divagazioni scientifiche, questo si ricollega al post precedente. Slowfood, come i ricercatori citati da Bucchi, ha capito che per riuscire ad arrivare ai giovani e alle masse bisogna usare i linguaggi adatti. Se Slowfood faccia questo perché crede nella partecipazione o se lo faccia perché gli conviene non si può dire. Però lo fa bene.

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