Colza rossa e pensieri slow

Il giallo a perdita d’occhio dei magnifici campi di colza in fiore che illumina i campi di cereali in primavera, potrebbe essere solo un ricordo. Alcuni ricercatori britannici hanno infatti scoperto che ad attirare il meligete della colza (un poco amato coleottero, presente in primavera, che provoca l’aborto del fiore) è il suo colore, il giallo. E quindi, quale migliore soluzione se non quella di cambiare il colore dei petali?

Quello che leggete è l’incipit di un articolo che la divagatrice ha usato per presentare l’incontro sugli OGM organizzato da Italia Unita per la Scienza a Torino qualche sera fa. Il pezzo continuava elogiando entusiasticamente la ricerca di questo gruppo inglese:

Dopo due anni di sperimentazioni in campo e laboratorio, le conclusioni cui sono arrivati i ricercatori non lasciano adito a dubbi: i meligete detestano chiaramente i fiori color rosso vivo.
Ed ecco allora l’idea di coltivare colza scarlatta, creando innesti che permettano di colorare non solo i fiori, ma anche i gambi e le foglie. Il giallo? Non sparirà rassicura la dottoressa Cook: «Basta piantare la colza classica ai bordi dei campi così che serva da esca per il meligete, messo così sotto controllo. In questo modo la campagna sarebbe un bel trionfo di colori, oltre che una vittoria per l’ambiente!»

Un pezzo di stampo quasi positivista, con la scienza che arriva e risolve tutti i problemi in un batter d’occhio, fregandosene delle conseguenze a lungo temine dell’introduzione di un cambiamento così radicale su larga scala. Tra l’altro, si parla di colza, una di quelle coltivazioni che vengono definite commodities, roba che serve a far mangime, dove non si guarda tanto alla qualità quanto alle rese e al guadagno. Uno degli esempi più tipici di quel modello di agricoltura intensiva tanto criticato ai giorni nostri.

Per esempio, io me lo vedo Petrini, in uno dei suoi comizi, attaccare duramente questa ricerca:

“Suma bin ciapà! Una volta alle vacche gli davano il fieno, l’erba medica e le portavano in montagna a pascolare. Ogni alpeggio aveva i suoi odori, i suoi sapori e riuscivi a distinguere se un formaggio arrivava da Gressoney o da Alagna. E non era solo folclore, neh, c’era tutto un sistema economico che si nutriva di quelle tradizioni: avevano inventato il business della transumanza! Adess i duma da mangé il mangime: mais, soia, colza. Quelle che le chiamano “commoditi” che vuol dire che gli piace star comodi. Non si va più in montagna e le vacche? Non possono pascolare ché si perde tempo e piuttosto gli mettiamo i tapirulàn per fargli fare movimento. Basta che riusciamo a spremerle per fargli fare più latte e a chi importa se nel formaggio non senti più il profumo delle stelle alpine? E adesso si sono inventati ‘sta diavoleria nuova. Dice che c’è ‘sto insettino che gli piace la colza. Che mi sembra già strano, neh. Comunque, a questo insetto però gli piace solo la colza gialla e allora che cosa han fatto i nostri scienziati? Quelli che paghiamo noi con le nostre tasse? Semplice, invece di pensare a un modo per rilanciare il business della transumanza, si sono inventati la colza rossa. Sisì, avete capito bene, proprio rossa. Come i papaveri che non ci sono più nei nostri campi. E ci dicono pure che è bello da vedere. No, gente, io ve lo dico: questi battono i coperchi!”

E infatti, in una sala piena zeppa di fan degli Ogm, si è alzata qualche mano quando ho chiesto chi fosse contrario alla coltivazione di questa colza rossa. Non tante, giusto cinque o sei che si sono alzate decise e senza esitazioni.

Le abbiamo viste abbassarsi, ma con meno slancio, quando ho rivelato che l’articolo in questione l’avevo preso dal sito di Slow Food. Già, proprio Slow Food che metteva per un attimo da parte la battaglia per salvare l’asparago viola di Albenga per elogiare questa trovata come “l’alternativa bio alla colza Ogm”.

Che poi quella colza fosse stata ottenuta facendo assorbire colorante “chimico” dalle radici e che tutta ‘sta differenza con una ipotetica colza geneticamente modificata per avere i petali rossi non ci sia, poco importa. L’importante è essere contro gli Ogm, a prescindere.

Io ve lo dico: suma bin ciapà.

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