caro Francesco 16

La prima volta me la ricordo bene. Ero una ragazzina. Ero venuta perché mi avevano regalato il tuo ultimo disco e il prof di italiano aveva detto che eri “l’ultimo vero grande chansonnier”. Non sapevo bene che cosa volesse dire, ma mi sembrava importante. Ero andata a un solo concerto prima del tuo: i PInk Floyd. Ero stata affidata dai miei a un adulto del paese che avrebbe dovuto vigilare che non facessi cazzate e che, come prima cosa salendo in macchina, mi ha offerto una canna. Da te era tutto molto diverso, a parte le canne.

Non conoscevo le canzoni che cantavi. Seduti per terra si stava scomodi. Avevo una di fianco che urlava come una disperata. Lo sai che la gente ai tuoi concerti canta a squarciagola dall’inizio alla fine? Dovresti dirglielo che si devono limitare. Cantare sì, va bene, lo faccio anche io, ma con moderazione. Senza sovrastarti e, possibilmente, mantenendo la erre moscia, perché senza erre moscia le tue canzoni non si possono sentire.

Comunque, a un certo punto, mentre cantavi Eskimo ho pensato che era proprio una bella storia e ho intuito il concetto di chansonnier: uno che sa raccontare.

Da lì in avanti ho iniziato ad ascoltarti compulsivamente, disco dopo disco e concerto dopo concerto. Al secondo, nella prestigiosa cornice del Tavagnasco Rock, le sapevo tutte e ho pure fatto il gesto di strappare dal muro un tuo manifesto e portarmelo a casa. Ce l’ho ancora. O almeno, dovrebbe avercelo mia sorella che me l’aveva chiesto in prestito per girare un cortometraggio dove c’era uno “di quelli un po’ come te, di sinistra, intellettualoide sfigato”, diceva lei. Son soddisfazioni, credo.

E poi sono venuta a sentirti a Torino, poi a Biella, poi di nuovo a Torino per un certo numero di volte e l’ultima volta a Lucca, ma ne parliamo poi alla fine perché ho un conto in sospeso con te.

Prima ti dico questa cosa: di te mi ha sempre incuriosito questo tuo saper cantare le cose normali, la vita di tutti i giorni, questo tuo ridimensionare tutto, l’amare e il grattarsi. Ce n’è altri che han fatto belle canzoni, non è che ascolto solo te. De André ha costruito un mondo, Vecchioni è per i grandi sogni da cantare con la voce tremante e poi c’è quella canzone che, dannazione perché non l’ho scritta io, Fossati è lo strazio di quando hai bisogno di straziarti guardando il mare, Battiato è la sublime supercazzola. Ma tu no, tu sei diverso. E mi sono trovata (pensa te) a discutere di questa cosa in spiaggia con quello che sarebbe diventato da lì a poco il grande amore di un’estate. Gli altri giocavano a racchettoni e noi sotto l’ombrellone a parlare di te, che fa un po’ intellettualoide sfigato, mi rendo conto.

Comunque, veniamo al senso di questa lettera. Ti dicevo di Lucca, ecco. Io non sapevo che quello lì sarebbe stato il mio ultimo concerto e, stupidamente, ho pianto dall’inizio alla fine. Non ti sto a raccontare perché, ma sappi che non me lo sono goduta per niente. Certo, tu non mi hai aiutata. Hai fatto una scaletta tra il triste e il tristissimo e su Farewell sono scoppiata. Sai quella roba dell’aggrappati su un ramo in attesa? Son cose da dire a una che è lì che sta per crollare?

Allora, ti pare che quello debba essere il mio ultimo concerto? Va bene che sei pigro, va bene che c’hai un’età, va bene che  queste cose ti mettono ansia, ma non puoi tirarti indietro così.

Sai, se fossi morto me ne sarei fatta una ragione. Mi sarei detta che, porca vacca, avevo buttato via l’ultima possibilità di godermi un tuo concerto. In fondo, De André non l’ho mai visto, quando è morto ci sono rimasta un po’ male, ma poi la vita continua.

Ma tu no, tu non sei ancora morto e non puoi metterti adesso a fare il fighetto che smetto senza dirlo prima. No, ciccio, non si fa. Devi prenderti le tue responsabilità di aver creato dei mostri con la erre moscia a comando e che chiudono le tesi di laurea con le tue citazioni (anche quelle che si laureano in Biotecnologie industriali). Poi dopo chiuditi pure nel tuo mulino, vai a giocare a carte al bar o a guardare i treni passare, fai quel che vuoi della tua vita, ma un ultimo concerto me lo devi.

tua divagatrice

 

16 thoughts on “caro Francesco

  1. Reply Marco Ferrari dic 13, 2012 21:01

    A proposito…
    Se vuoi ti faccio anche la scaletta dell’ultimo concerto che DEVE fare. Senza Venezia…

  2. Reply bea dic 13, 2012 21:03

    Vai di scaletta.

  3. Reply Stefano Bagnasco dic 13, 2012 23:19

    Manca un “di” tra “bisogno” e “straziarti”, credo.

  4. Reply Stefano Bagnasco dic 13, 2012 23:26

    Figuriamoci, fa piacere essere utili.

  5. Reply Stefano Bagnasco dic 13, 2012 23:27

    In ogni caso si può pensare a una raccolta firme. È già stato fatto, a metà anni Novanta mi pare
    .

  6. Reply Luca Antonelli dic 13, 2012 23:35

    Adesso so che non vedrò mai Guccini dal vivo… Ah, “PInk Floyd” ha la doppia Maiuscola ;-)

  7. Reply Stefano Bagnasco dic 13, 2012 23:46

    Oh, siam scientisti. Una fa tutte queste cose introspettive e noi le correggiamo l’ortografia. È ragionevole.

  8. Reply marco ferrari dic 14, 2012 00:14

    E poi ero io quello che rompeva… La scaletta arriva domani, dopo che ho ascoltato la produzione del nostro.

  9. Reply Renato Bruni dic 14, 2012 08:54

    La lista dei mostri che lo usano fuori contesto è lunga… dove si firma?

  10. Reply Marco Ferrari dic 15, 2012 10:08

    Allora. Scaletta dell’ultimo concerto di F. G.

    In morte di S.F.
    Vedi cara
    Piccola città
    Quattro stracci
    Eskimo
    La genesi
    Cirano
    Incontro
    Canzone di notte n. 2

    Farewell
    Una canzone
    Canzone delle colombe e del fiore
    Vorrei
    Luna fortuna
    Culodritto
    Autogrill
    Un altro giorno è andato
    L’avvelenata

    In bold quelle indispensabili

  11. Reply Marco Ferrari dic 15, 2012 12:55

    A proposito di tristessa, eh? La mia lista va bene?

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