Ancora una volta… 3

Quando abbiamo girato il video promo di Homo sapiens, sono andata lì da lui con la mia copia di Geni, popoli e lingue da autografare, quella che si è fatta tutti i traslochi degli ultimi anni, ha preso l’acqua, è stata letta e riletta, insomma, un libro di quelli belli consumati.

Lui si siede, tira fuori la penna dal taschino e quando gli dico come mi chiamo si illumina e mi dice “ah, Mautino! Come la Capanna Mautino! Ci andavo sempre da ragazzo”. Ha cominciato a raccontare della gioventù passata a Torino, delle montagne, della licenza liceale presa da privatista perché a scuola si annoiava e dei primi anni da medico. “Lo sai che una volta ero intelligente?” E giù a ridere e a passeggiare per via Lagrange, poi su via Carlo Alberto e fino al ristorante, dove l’ho lasciato. “Professore, piuttosto, lo sa che con tutte queste cose da raccontare dovrebbe scrivere un autobiografia?” “L’ho scritta!”

Ecco, l’autobiografia in realtà è Perché la scienza, un libro molto bello che la divagatrice non aveva mai letto per colpa di un titolo sbagliato.

Da quel momento di cose ne sono successe anche se sono passati solo tre mesi. La divagatrice s’è trovata a dover curare una mostra per festeggiare i novant’anni di quel professore lì che da allora è diventato semplicemente “Luca”, per sopravvivenza, per cercare di non pensare che stava facendo una mostra su Cavalli-Sforza.

I viaggi di Luca Cavalli-Sforza è una mostra fotografica che racconta la vita e il lavoro di Luca usando esclusivamente le sue foto (tranne un paio) e le sue parole, in una sorta di diario, un taccuino, come quelli di Darwin, con gli appunti, le note e anche un po’ di cazzate.

Sarà che sono piemontese, sarà che ho un senso del privato ipertrofico, ma entrare nella vita degli altri mi mette a disagio, quindi mi sono limitata a scegliere testi e immagini e cucirli assieme per costruire una storia.

Che poi lo so già che ve lo chiedete, perché me lo sono chiesto pure io all’inizio: perché diavolo fare una mostra fotografica su uno che ha prodotto perlopiù mappe e grafici? Non sarà un po’ un duepalle?

Allora, diciamolo, Luca non è un fotografo. Ha girato per il mondo in posti meravigliosi e ha fatto delle foto normali, come quelle che avrei potuto fare io, senza il minimo intento artistico. Erano foto che servivano a documentare un posto, un evento, un atteggiamento, un particolare. Niente a che vedere con le foto del National Geographic. Il livello è più da seminario interno al dipartimento di Biologia Animale che se non ci siete mai stati non potete capire, ma forse è meglio così.

Ma quel che gira intorno a quelle foto, a quei posti, a quei pigmei (tanti pigmei, come se piovesse) è una storia meravigliosa, troppo bella per star dentro alle pagine di un libro dal titolo sbagliato.

È stato fortunatissimo, c’è stato un periodo che tutti lo volevano a lavorare assieme; girava l’angolo e trovava Fisher che lo invitava a Cambridge, usciva dalla porta e c’era il Nobel Lederberg che gli chiedeva consigli, un suo studente prete gli raccontava di avere accesso ai libri parrocchiali della val Parma e, toh, pochi mesi dopo scoprivano assieme la deriva genetica nell’uomo. Ma Luca è anche un folle, nel senso più buono che c’è del termine, è uno di quelli che si mette in testa una cosa e la fa. In val Parma ha capito che la genetica poteva essere usata per capire da dove veniamo, per cercare le nostre origini e non s’è mica fatto tanti problemi: ha preso ed è partito per l’Africa, per andare a cavare il sangue ai pigmei con tutte le conseguenze del caso. E all’epoca non ce n’era mica di genetisti (ma nemmeno di medici) che partivano per andare a studiare quei popoli lì. Giusto gli etnologi ci andavano.

Che poi, finché te ne stai in laboratorio con i tuoi topi o i tuoi moscerini puoi fare circa quel che vuoi. Ma quando molli i topi e passi agli uomini le cose si complicano, perché sei costretto a scendere a compromessi. Devi farti capire, devi ispirare fiducia, devi dimostrare a quella gente che non sei lì per sfruttarli o per danneggiarli, devi essere riconoscente e alla fine, se non sei un automa, ti fai incuriosire dalla loro cultura (anzi, scopri che quella lì, così diversa dalla nostra, è cultura), impari delle cose, vai a caccia con loro e la tua ricerca cambia, si modifica, si adatta e alla fine diventa tutta un’altra roba.

Quella “roba” è diventato un metodo di lavoro che ha fatto scuola e che dovrebbe continuare a farla e le foto, messe in questo contesto, diventano subito fighissime.

La mostra è piccola, fatta a quattro mani con il marinaio. È venuta bene. A Luca è piaciuta. Andate a vederla.


3 thoughts on “Ancora una volta…

  1. Reply Marcoscan gen 31, 2012 16:15

    Bel post :-) , di sicuro non mi perderò la mostra. Grazie per la segnalazione del libro “Perché la scienza”, non ne avevo mai sentito parlare…

  2. Reply juhan gen 31, 2012 17:29

    anch’io lo leggerò. Però come scrive la dott.ssa Mautino uno o più libri potrebbe scriverli anche lei. E andrei a cercarla per farmeli autografare. Come quello dei mysteri.

  3. Reply bea gen 31, 2012 22:59

    eh, ma così mi fate arrossire. Su, dai… :)

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